Il teatro di impegno civile: Giulio Cavalli
Scritto da Paola Francesca Caselli • Martedì, 30 giugno 2009 • Categoria: Coffee BreakGiulio Cavalli. Attore, drammaturgo, regista.
Nato a Milano nel 1977. Segno zodiacale Cancro.
Segni particolari: vive sotto scorta.
E' il primo attore italiano ad essere sottoposto ad un programma di protezione.
Giulio, come succede che in Italia, scrittori e attori si ritrovino a vivere sotto scorta?
"Per una perversione tutta italiana nella dinamica dell'esposizione dei fatti, che ha costretto la parola ad essere allevata libera, solo in rare riserve naturali come la letteratura o la scena. Ma la parola continua ad avere la sua forza rovesciatrice mentre informa, racconta, denuncia e svela. Chi la coltiva infastidisce indipendentemente da vesti e ruoli."
Sei stato sottoposto a un programma di protezione, per le minacce ricevute dopo la messa in scena del tuo spettacolo "Do ut des", perchè?
"Insieme a Rosario Crocetta (sindaco di Gela), il giudice Antonio Ingroia, Giovanni Impastato, Pino Maniaci e molti altri, avevamo deciso che fosse giunto il momento di usare l’arma della risata per sbriciolare l’onore unto e fasullo imposto dalle mafie. Partendo dai testi di intercettazioni telefoniche ambientali e pizzini abbiamo voluto raccontare l’idiozia, la banalità e il marcio che sta dietro ai 'boss'. Una certa moda para-televisiva voleva dipingerci i boss come geni del male e invece sono barbari che vengono lasciati pascolare impuniti. Accettare il loro 'onore' che è una metastasi della paura, significa accettare un racket culturale al quale noi abbiamo deciso di 'dire no'. Ridere dei Riina, i Provenzano, i Nicchi, i Messina Denaro nei loro territori significa urlare a tutti che “il re è nudo”.
Come è cambiata la tua vita?
"Spaventosamente. Vivere con il prurito continuo della paura e l’isolamento è un esercizio doloroso di equilibrio. È una partita dove solo io sono costretto ad avere le carte scoperte, su un tavolo in cui non si conoscono gli avversari e le regole."
Nonostante le minacce tu prosegui con il tuo spettacolo perfino sulle terre confiscate ai mafiosi e in particolare in Campania, a Casal di Principe, nel Teatro della legalità (un giardino ricavato in un terreno confiscato ai boss Schiavone e Bidognetti ndr.)


"Qualcuno dovrà restituirmi tutto. Mi vergogno di vivere in uno Stato in cui questa battaglia viene delegata agli altri. Non possono esistere enclavi in cui non sia concesso fare i nomi dei boss padroni di quella zona e quindi continueremo, con i mezzi che mi sono propri, a gridargli nelle orecchie che non ci stiamo."
Verrebbe da chiedersi: ma chi te lo fa fare? Non è meglio Shakespeare? O Goldoni? Pirandello?
"La responsabilità regala sensazioni piacevolissime. Paolo Rossi mi diceva spesso: 'noi teatranti siamo quello che avremmo dovuto essere'."
Giulio Cavalli viene definito come il nuovo protagonista del teatro civile, qualcuno ultimamente lo ha definito un 'giullare del 500' nel teatro contemporaneo. Tu come ti definisci?
"Un padre che cerca nel suo piccolo di lasciare una dignità più integra possibile ai propri figli. Un artigiano con il privilegio di parlare ad un pubblico senza tradirmi e senza tradirlo."
Cos'è il Teatro di narrazione civile?
"Un’etichetta figlia di una semplificazione che non tiene conto di 500 anni di storia del teatro e della parola che parte dai cantastorie e dai giullari. Sembra sempre che ci sia bisogno di far credere, ciclicamente, che sia appena stato inventato. Appena trovo due minuti liberi andrò a cercare il Teatro Incivile."
Ci racconti il tuo percorso?
"Il teatro è fatto di incontri. Io avuto il privilegio di avere maestri importanti come Paolo Rossi e Dario Fo, oltre che collaboratori e amici insostituibili, come Paola Vicari che riordina da anni la mia labirintite mentale e mi “riorganizza” tutte le mattine o il mio tecnico Stefano Maj che ha reso funzionali i posti più improponibili. Il mio è un percorso di storie e persone che abbiamo 'dovuto' raccontare."
Chi è il pubblico dei tuoi spettacoli?
"Eterogeneo, caldo, spesso molto informato. Il mio pubblico è il momento in cui riemergo per riempirmi i polmoni."
Come giudichi la situazione della cultura e delle arti in Italia?
"Un fiore colorato e tenace in un prato che lo assassina tutte le mattine."
Il sogno di Giulio Cavalli?
"Avere la libertà di apparecchiarmi un sogno."
Il tuo libro preferito.
"Le petit prince: un assordante profumo di pulito."
La tua città preferita.
"Palermo che mi uccide salvandomi."
La favola preferita?
"Quella che mi chiedono alla sera i miei figli."
Il sito di Giulio Cavalli www.giuliocavalli.net
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Note sullo spettacolo- "Do ut Des". Nel maggio 2008 debutto al Teatro Franco Parenti di Milano. Scritto con la collaborazione di Francesco Angelo Lanza "Do ut Des" racconta riti e conviti mafiosi attraverso la storia di Totò Nessuno. Il ritmo dello spettacolo viene scandito dai momenti chiave della parabola del protagonista, interpretato da Cavalli, che da giovane aspirante picciotto si trasforma in sindaco di Mafiopoli.
Il giuramento mafioso, che rappresenta il primo passo verso i vertici del potere, la pratica del Do ut Des che lo aiuta ad avere consenso e lo porterà infine ad essere eletto sindaco, il “tocsciò”, manifestazione esteriore della posizione raggiunta, capacità acquisita di eludere domande e confondere idee. Il risultato è una rilettura in chiave comica della storia della parola di cinque lettere che non esiste nei documenti ufficiali, che non appare sulle lapidi, ma uccide. Fonte di ispirazione prima è stata la lezione di Peppino Impastato, che sulle frequenze di Radio Aut colpiva la mafia attraverso un’ironia pungente e sottile. Di grande impatto le musiche, composte da Davide Savarè ed eseguite in scena dall’orchestrina del Bar Emmeesse.









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